Pippo Mezzapesa e Sergio Rubini presentano Il bene mio, film sulla memoria e il terremoto

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Pippo Mezzapesa e Sergio Rubini presentano Il bene mio, film sulla memoria e il terremoto

Arriva dalle Giornate degli Autori del Festival di Venezia Il bene mio, secondo lungometraggio di finzione di Pippo Mezzapesa dopo Il paese delle spose infelici. E arriva forte di un grande apprezzamento nei confronti di un autore dotato di uno sguardo unico e originale che con grande fluidità e attraverso una narrazione poetica, agrodolce, favolistica e mai didascalica, ha voluto affrontare una serie di temi importanti e attuali: la memoria, il lutto, l’immigrazione, lo spopolamento dei luoghi terremotati, l'amicizia, l'amore perduto.

Intitolato come una delle canzoni più celebri del cantautore foggiano Matteo Salvatore, il film ci trasporta in un paese fantasma dove abita solamente un uomo di nome Elia, che si ostina a ritrovare e a custodire frammenti di un passato che si è tragicamente interrotto. A interpretare questo Don Chisciotte dall'accento pugliese e con l'energia di cento ragazzi, è Sergio Rubini, artefice di uno straordinario one-man show fra muri che crollano, pecore che scappano e il cortile di una scuola diventato un confine impossibile da varcare. L'attore ha presentato il film a Roma insieme al regista, che spiega così l'idea del film: "Il bene mio è nato dalla voglia di raccontare la lotta di Elia, un uomo che non vuole abbandonare il suo paese al contrario di tutti i suoi amici di una volta. Elia ha deciso di restare attaccato alle pietre, agli oggetti, e desidera ricostituire una comunità che spera possa tornare in quelle strade desolate. Volevo costruire una storia intorno a un personaggio che non è il classico eremita che ha scelto di allontanarsi dal mondo ed è afflitto dalla depressione".

"Quando abbiamo parlato di Elia" - interviene Rubini - "abbiamo deciso di farne un solitario singolare, un uomo sempre dinamico, indaffarato, con degli amici, un personaggio 'a contrasto', in costante movimento. Ho fatto un grande lavoro fisico, per me era importante che Elia fosse tonico, correvo continuamente da una parte all'altra del set. Questo registro è stato la mia guida".

Poi Sergio Rubini parla del suo regista, con cui condivide la regione di origine: "Abbiamo lavorato bene con Pippo, mi affascinava la sua estetica, che non è estetizzante ma è comunque un'estetica, precisa. Noi siamo spesso intorpiditi da un'estetica vacua, quella della 'miseria per forza', del 'buttato via'. Pippo ha una sorta di saggezza, che non so da dove gli venga, visto che ha solo 38 anni. Non si fanno più film come quelli di Pippo, il merito di questo progetto è nella sua unicità. Negli ultimi anni abbiamo snocciolato prodotti - mamma mia che brutta parola, prodotti - di scarso valore, siamo finiti a fare orribile roba da scaffale e abbiamo replicato gli stessi modelli fino a spremerli completamente, abbiamo inoltre perso il gusto di sperimentare, ed è successo in ogni ambito. Io ho cercato sempre di scegliere al meglio. Quando accetto un film, non sto tanto a guardare la sceneggiatura, sarebbe come chiedere, quando ti invitano a una cena, cosa ci sarà da mangiare o chi ci sarà. Se ti chiama Mezzapesa, ti immagini bene cosa ti offrirà. Dicendo di sì a questo film, ho accettato prima di tutto di entrare in un mondo autentico e singolare".

Questo mondo singolare - che poi sono le case e chiese diroccate che circondano Elia - ha anche un nome singolare: Provvidenza. Si chiamava così anche la disgraziata barca del Padron N’Toni de "I Malavoglia", cosa che non è sfuggita certo agli autori del copione: "Abbiamo discusso molto sul nome del paese fra noi sceneggiatori" - racconta Mezzapesa. "Ad Antonella Gaeta piaceva molto, io e Massimo De Angelis eravamo invece un po’ titubanti. Poi, improvvisamente, Provvidenza mi ha ha conquistato, perché ho pensato a un ordine superiore travolto da una forza che viene dal basso, dalla terra. Era un contrasto forte, intrigante. Il naufragio della barca dei Malavoglia e lo sgretolarsi di questo pese devastato dal terremoto offrivano un paragone interessante. Nel libro, però, la Provvidenza era al centro di una visione pessimistica, qui la Provvidenza che si distrugge è 'provvidenziale', perché porta a una riunione della comunità".

Il terremoto, come già accennato, ha offerto a Pippo Mezzapesa l'occasione per celebrare la memoria: "Il terremoto ha un valore fisico, ma anche ma metaforico. Nel film si parla di crolli, del dolore e dei diversi modi di affrontarlo. Ognuno però ha le sue ragioni, Elia resta, recupera, è convinto che non ci possa essere un domani senza la memoria di ciò che è stato, ma anche gli altri hanno le loro ragioni. Anche il sindaco che vuole rimuovere con apparente rudezza i simboli tangibili del passato, lo fa perché non riesce a sostenere il peso del dolore".

"Il bene mio mi ha fatto ripensare al crollo del ponte di Genova - conclude Sergio Rubini. "Mi ha colpito, in quei giorni, il fatto che tutti gli sfollati aspettassero con trepidazione che fosse liberata la zona pericolosa in modo da poter recuperare i loro oggetti. Questo film ha tanti registri, me ne ha uno che soprattutto mi sembra interessante, il registro sociale, che ci riguarda direttamente".



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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